Cosa c’è davvero nello shampoo per bambini

Questo articolo ha avuto diverse edizioni, fra cui una per il numero di prova della rivista Liguria dei piccoli. Mi sembra, comunque, che sia utile non solo per i genitori.

Peg, bht, paraffinum liquidum: termini onnipresenti su shampoo, bagnoschiuma e creme ma con un significato difficile da decifrare per la maggior parte del pubblico. Anzi, sono poche le persone che girano una confezione, su cui magari c’è scritto «delicato, per bambini, anallergico», e cercano di capire con che cosa hanno davvero a che fare. «Un’azienda deve solo poter provare che il suo prodotto ha certe caratteristiche o di aver fatto dei test in una clinica pediatrica. In realtà, le leggi riguardanti i cosmetici, in Italia, non sono avanzate come quelle che regolamentano i detersivi». Fabrizio Zago è un chimico industriale e autore di Biodizionario.it, sito che elenca gli ingredienti contenuti nei vari prodotti cosmetici e li classifica con bollini verdi, gialli e rossi a seconda della loro pericolosità, per le persone o per l’ambiente. «Nei detersivi, per esempio, sono vietate tutte le sostanze poco biodegradabili. Per la cosmetica invece non esiste una legge del genere».

Insomma, il primo problema, secondo Zago, riguarda quello che si butta nello scarico e che risulta dannoso per l’ambiente: «Nel Biodizionario punto molto sull’impatto ambientale, e i peg, polyetylen glycol, sono proprio un esempio di prodotti che hanno difficoltà a essere smaltiti e che quindi creano problemi anche al mondo acquatico. Sono al 99.9 per cento di origine petrolifera». Il loro pericolo per la salute non è scontato, ma è meglio fare attenzione: «In sé non darebbero problemi alla salute se fossero purissimi, ottenuti in laboratorio. Il problema è che in genere durante la lavorazione si creano sostanze come il diossano, sospettato di creare danni al sistema nervoso e di essere cancerogeno. È meglio quindi che i peg non siano presenti nei prodotti, anche perché come minimo sono uno spreco di petrolio».

Sono gli inquinanti, quindi, a essere il vero pericolo e sono presenti anche in altri componenti di origine petrolifera, come l’onnipresente paraffinum liquidum o mineral oil. «La legge prescrive che si possano usare se hanno un certo grado di purezza: c’è un limite del 3 per cento di inquinanti. Preferisco però prevenire il rischio: se in una pasta all’ossido di zinco, per esempio, c’è il 2.9 per cento di inquinanti è legale, ma posso essere sicuro che faccia meno male di una che ne ha il 3.1 per cento ed è illegale? Un’altra condizione su cui bisogna riflettere è che ci sono altre molecole che possono sostituire i petrolati, con la funzione di creare una barriera protettiva, e che non provengono dal petrolio. Paraffina e altro continuano a essere usati perché sono molto economici».

Gli ingredienti vengono elencati in ordine decrescente rispetto alla loro quantità all’interno di un certo prodotto, ma non è così semplice: «Non si può contare su questo, purtroppo, perché c’è un trucco: l’obbligo non vale se la loro percentuale è inferiore all’1 per cento nella composizione. I produttori che sanno di aver usato due sostanze che non sono gradite ai consumatori possono così metterle in fondo alla lista».

I genitori hanno un livello di sicurezza più alto quando acquistano prodotti baby, con controlli più severi secondo la normativa europea. «Ci sono però sostanze intollerabili che vengono però usate, a volte: la prima è il profumo. Si sa, oggi, che la maggior parte delle allergie nasce nei primi mesi o primi anni di vita, e il profumo può crearne. Ancora peggio sono i Bht o Bha: sono antiossidanti, hanno come unico scopo quello di non fare ingiallire la crema. Sono però nella lista di possibili disturbatori endocrini: significa che possono creare un disequilibrio ormonale se vengono assorbiti».

È necessario fare attenzione anche ai rimedi naturali, perfino in campo cosmetico: «Naturale non significa per forza anche buono, il curaro per esempio è naturalissimo. Bisognerebbe smettere di parlare di prodotti “green” o “biologici” e considerare invece il livello di tossicità, di biodegradabilità e altri valori che assicurano che la parte di prodotto che viene assorbita non faccia male».

Altrettanto importante è l’attenzione da riservare alle notizie che si trovano su Internet: «È la scienza a dover essere portata avanti, se le multinazionali continueranno a vedere tutta questa ignoranza non si porranno mai problemi su quello che fanno. Le leggende metropolitane nuocciono al movimento per un mondo più sostenibile: ogni stupidaggine è una ferita mortale inferta da chi vuole un minuto di notorietà. Consiglio invece, a parte il Biodizionario, siti come Saicosatispalmi.com».

Ilaria M. Linetti

Peg e paraffinum liquidum sono prodotti di origine petrolifera. Non sono necessariamente nocivi ma possono contenere inquinanti: per legge ne è tollerato il 3 per cento.

Uno dei trucchi delle aziende di cosmetici è quello di elencare gli ingredienti più sgraditi al pubblico in fondo alla lista: è lecito se rappresentano meno dell’1 per cento sul prodotto.

I prodotti “baby” sono più controllati rispetto a quelli per adulti, ma a volte contengono ancora sostanze pericolose come i bht o bha e il profumo, che può dare allergie.

«Delicato» e «Baby» non indicano per forza un prodotto senza componenti potenzialmente nocivi: significa solo che seguono la legislazione vigente, meno severa di quella sui detersivi.

Capire quali sono i componenti è importante per tutti i prodotti che si utlizzano: creme, bagnischiuma, shampoo possono essere nocivi per le persone e per l’ambiente.

Il top di Masterchef? E’ l’Australia

Mi piace Gordon Ramsay, ma mi piace molto di più Carlo Cracco. Il suo Hell’s Kitchen è, secondo me, il programma migliore della serie. Diverso il discorso per Masterchef: il mio preferito è quello australiano. Sono stufa di sentire persone che si lamentano, litigano, cercano di farsi la guerra. Nelle 70 puntate che girano, gli Aussies fanno a gara a chi è più gentile con il vicino.

Se le masterclass, vere e proprie lezioni, sono a volte ripetitive e a volte troppo complicate, o poco in linea con le abitudini della cucina italiana, la parte di gara è divertente. Con tanti episodi, poi, non si rischia mai di rimanere a secco: su Sky, almeno, ci sono sempre delle repliche e si fa in tempo ad affezionarsi ai concorrenti, vedendoli tutti i giorni per almeno due mesi.

Probabilmente è vero che gli italiani hanno una marcia in più per quanto riguarda le capacità, ma non assaggiando i piatti personalmente preferisco vedere meno pianti e più risate. Se si vuole cambiare completamente pianeta, però, l’ideale è Masterchef India.